Ammalarsi di noia e annoiarsi morendo – di Alessandra Galbiati

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Ho ancora in mente quel giorno come fosse ieri, eppure successe quarant’anni fa.

Ero contentissima, mia nonna mi aveva portato a Milano alla Fiera Campionaria (allora andare da Monza a Milano era un po’ un’avventura) ed ero tornata a casa con una piccola gabbietta e due uccellini. Erano colorati e piccolissimi, non so la specie. Ricordo solo un piccolo becco arancione e delle ali striate.

I primi giorni stavo ore a guardali, li pensavo spesso ed erano un vero mistero per me. Pensavo che il loro cinguettio fosse un linguaggio che col tempo avrei compreso e mi pareva che volessero insegnarmelo. Quando mi avvicinavo alla gabbietta, infatti, mi pareva che il cinguettio aumentasse. Controllavo sempre l’acqua e il cibo, pulivo la gabbia e la spostavo dove c’era il sole.

Ma un giorno, mentre io stavo giocando per i fatti miei, mi venne un pensiero nuovo su di loro. Un pensiero insistente mi prese in maniera sempre più forte. Iniziai a pensare che, mentre io potevo scegliere se stare a guardare loro o andare a giocare in cortile, mangiarmi un gelato o guardare la tv, andare a dormire o fare un salto dalla mia amica del cuore, loro, loro, cosa mai potevano decidere? Loro, mentre io non mi annoiavo mai, loro cosa potevano decidere di fare se non mangiare o bere, cinguettare e saltellare da un bastoncino all’altro? Sì, non potevano neppure scegliere su quale bastoncino andare visto che i bastoncini della gabbietta erano solo due… Forse per la prima volta in vita mia mi immedesimai in qualcun altro e cercai di immaginare una vita diversa. Mi ricordo che feci un facile calcolo: la loro gabbietta era, rispetto alla loro grandezza, della stessa misura della cucina di casa rispetto a me. Ho immaginato di togliere tutto quello che c’era e lasciare due sedie (che nella mia fantasia erano come i bastoncini sui quali loro si muovevano), una brocca d’acqua e del cibo. No, al posto di una delle sedie immaginai poi un divano, perché loro nella gabbietta potevano anche dormire, e quindi anch’io.

Immaginavo anche un cesso e tutto quello che mi sarebbe servito per la sopravvivenza. E poi immaginai di trascorrere tutta una giornata a vivere nella cucina, un mese, un anno e l’angoscia della noia iniziò a perseguitarmi. Passavo davanti a loro e non vedevo più due uccellini cinguettanti ma due piccole vite strozzate dalla ripetizione dei soliti gesti. E io ero il loro amato carceriere. La gioia che avevo provato il giorno che li avevo comperati si trasformò nella consapevolezza che la noia era peggio della morte. Mi consolavo al pensiero che continuassero a cantare. Se cantano vuol dire che non sono così tristi… Se cantano vuol dire che stan bene, che sono allegri. I miei genitori mi dicevano le solite frasi che si dicono sempre. Son nati in gabbia, cosa vuoi che ne sappiano di cosa vuol dire volare o cercare il cibo… Ma queste parole, invece che consolarmi mi facevano immaginare la totale disperazione di qualcuno che, fin dalla nascita non avesse potuto far altro che mangiare, bere, cantare, saltellare e cinguettare. Io mi consolavo solo del fatto che erano due e, nella loro triste situazione, almeno si facevano compagnia. Immaginavo, infatti, che anche nella mia spoglia cucina-prigione, se avessi avuto un’amica o un amico sarei stata più contenta.

Quando passavo un’intera giornata senza pensare a loro, o magari anche due, mi rendevo conto che in tutto quel tempo in cui io avevo fatto centinaia di cose diverse, loro erano rimasti sempre lì, nella loro perennemente immutabile situazione e sentivo che la loro vita era davvero una vita sprecata. Poi credo che non fui più tanto in grado di sostenere quel pensiero triste su di loro e, visto che non vedevo soluzioni possibili (se non comperare una gabbia un po’ più grande, cosa che feci) credo che dimenticai per un pezzo la loro e la mia tristezza. Fino al giorno che trovai uno dei due uccellini morto.

Allora decisi che un uccellino da solo non poteva davvero più sopravvivere alla noia della giornata e lo portai da uno zio che aveva delle voliere ed era un appassionato di uccelli. Più che la passione sua, ora posso capire, era fonte di passione (nel senso di sofferenza) per gli uccelli. Li allevava, li faceva nascere in gabbia e li teneva lì, come fossero quadri alle pareti, centrini sui mobili, oggetti di ornamento della sua vita e della sua casa. Io però, a quei tempi, pensavo solo al mio uccellino e credevo che in una voliera insieme ad altri suoi simili sarebbe stato un pochino più felice. Non mi ricordo altro. Non chiesi mai più allo zio del mio uccellino. Forse avevo paura di sapere che era morto o che non si era ambientato con gli altri. Forse anch’io mi ero voluta togliere un’angoscia che non sapevo affrontare e che, peraltro, nessuno comprendeva.

So che da quel momento non sopportai più di vedere un uccellino in gabbia. Non sopportai più l’indifferenza di chi passando vicino ad un uccello in gabbia non percepisce la musica della noia, il canto disperato di chi non può fare altro che cantare. Ma il peggio del peggio, e l’angoscia mi torna ogni volta tale e quale la provai da bambina, è vedere in quelle miserevoli e squallidissime micro gabbiette gli uccelli da richiamo. Ecco, quella loro disperazione mi sembra sempre che dovrebbe essere evidente a tutto il mondo, mi sembra qualcosa che non sia proprio fisicamente sopportabile. Quel loro strepitoso canto mi sembra che sia un canto disperatissimo, senza consolazione, la protesta più ovvia per averli privati di tutto ciò a cui avevano diritto. Un pianto, un rimpianto.

Ecco, quando ho visto il video del vincitore della gara canora di Sacile che con una sfacciata stronzaggine diceva che quella gabbietta per il suo uccello vincitore era la sua casa, allora, ecco, se l’avessi avuto lì davanti, credo che l’avrei davvero potuto picchiare. Per l’inganno, la crudeltà, la violenza. Per la stupidità di godere del canto di disperazione di quel povero prigioniero, per avere la faccia tosta di vantarsene, per la sua indifferenza nei confronti dell’idea della libertà.

Eppure io gli appassionati di uccelli me li immagino sempre vecchi e brutti come mio zio e penso sempre che debbano per forza essere degli uomini in via di estinzione.

Alessandra Galbiati

Alessandra Galbiati
attivista per la liberazione animale, socia di Oltre La Speciecollabora alla campagna Bio-violenza
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