Gara canora

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Manca poco all’alba e un meraviglioso suono proviene dai giardini: si tratta di un concorso canoro.

Alcuni uccelli, da minuscole gabbie, affascinano gli spettatori con il loro magico canto.
Una giuria qualificata e attenta decreterà l’uccello vincitore per ciascuna categoria.
Al suo allevatore andranno gloria e fama. Le quotazioni dei più bravi nel canto saliranno alle stelle. Fra tutti, la vera star sarà il
tordo nazionale. Le premiazioni avverranno più tardi, in pompa magna e alla presenza delle autorità (sindaco ed esponenti di punta della politica regionale), quando migliaia di visitatori si accalcheranno nel cuore della città.

E’ la sagra dei osei di Sacile.

Tutto questo accade ogni anno, la prima domenica dopo ferragosto. E come a Sacile, in moltissime altre città italiane.
Si chiamano fiere ornitologico venatorie, qualcuno si ostina ancora a descriverle come “feste della natura”.

Cosa rappresentano? Perché questo interesse per il canto degli uccelli? E’ opinione comune pensare che degli uccelli in gabbia che cantano non dovrebbero destare particolare indignazione, dopotutto se cantano vorrà dire che sono felici, appagati.
Il loro canto affascina e incuriosisce anche i più piccini, che c’è di male?

Ma la realtà che si cela dietro le gare canore è un’altra, e troppo pochi la vogliono vedere.

Questi uccelli altro non sono che dei richiami vivi: centinaia, migliaia, sistematicamente privati di una vita degna di questo nome per diventare strumenti, a seconda dei casi, nelle mani degli allevatori che li utilizzano anche nei circuiti delle gare canore, e dei cacciatori che li usano per attirare ai loro capanni altri ignari uccelli che riconoscono il richiamo dei propri simili. I numeri di queste stragi legalizzate sono impressionanti, come lo sono le modalità che trasformano un uccello in un “uccello da richiamo”.

 

Allevare prigionieri

Una rete li sottraeva al cielo, privandoli per sempre della libertà.
Merli, tordi bottacci, tordi sasselli, cesene, allodole, pavoncelle e colombacci: migliaia di esemplari l’anno erano “prelevati” negli impianti autorizzati dalle Province (articolo 4 comma 3 della legge 157/92).
Cattura, inanellamento, cessione ai fini di richiamo, queste le tappe di una prassi oggi non più legale: il 23 luglio 2015 è stato approvato, in sede di Senato, il Ddl n. 1962, recante disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea (Legge Europea 2014).
L’approvazione dell’Articolo 21 della Legge Europea pone pertanto fine all’uccellagione con reti della pubblica amministrazione, e viene inoltre introdotto (con l’Articolo 22) anche il divieto di commercializzazione di avifauna selvatica viva dall’estero.

Ciò non mette al bando, tuttavia, l’utilizzo dei richiami vivi, che continueranno ad essere allevati per divenire non più uccelli bensì strumenti, corredo di caccia. E come un qualsiasi “accessorio” verranno utilizzati, in batterie, per la caccia al capanno, o “caccia da appostamento”.

Con la nascita in allevamento ha inizio, per migliaia di queste splendide creature, un’esistenza tragicamente infelice.
C’è innanzitutto bisogno, per l’allevatore e per il cacciatore, di determinare il sesso di questi uccelli. Il richiamo è maschio, la femmina invece deve assolvere, per l’allevatore, alla funzione di riproduttrice. I grandi numeri si giocano sugli esemplari di sesso maschile, mentre immaginiamo il destino di gran parte delle femmine allevate. Nelle specie senza dimorfismo sessuale (ossia prive di differenze visive nell’aspetto esteriore) l’individuazione del sesso può avvenire tramite il sessaggio endoscopico. Questa tecnica (che dovrebbe essere eseguita da un veterinario esperto, anche se è facile supporre che la realtà dei fatti sia ben diversa) permette di osservare gli organi riproduttivi dopo incisione della cavità addominale.

Citiamo testualmente, dal sito QT :

http://www.questotrentino.it/qt/?aid=13106

Come distinguere un volatile da richiamo? Prendiamo l’esempio del tordo: poiché canta solo il maschio e i sessi della specie non presentano un dimorfismo evidente, è necessario individuare il maschio attraverso un’esplorazione interna. Ce la illustra un manuale per cacciatori: “Si prende il tordo e dopo avergli tolto un po’ di penne dal ventre si fa con il bisturi un taglio trasversale al termine delle costole, appena al di sotto del peritoneo. Con una spatola di legno si scostano gli intestini per poter esplorare il fondo del torace. Proprio contro la schiena, al di sotto dei reni, se l’animale è maschio, si scorgeranno due ghiandole nere che sono gli organi genitali. Compiuta l’operazione si ricuce il ventre con filo di seta”

Gli anellini inamovibili (metallici o in ceramica), obbligatori per legge, fasciano le loro fragili zampe fin dal primo giorno di “prigionia”. I cacciatori chiedono anelli meno invasivi, se non addirittura la loro abolizione. Non si tratta di empatia bensì di mera praticità e convenienza: ottenere l’abolizione dell’obbligo degli anellini che consentono l’identificazione di ogni soggetto è come abolire l’obbligo della targa dell’auto (dopotutto questi uccelli non sono meri oggetti, strumenti di caccia?).
Importante poi sottolineare come la presenza dell’anellino identificativo, in sé, non dimostri la provenienza “lecita” dell’animale: gli anellini sono, infatti, spesso falsificati, come testimoniato da questa intervista ad Andrea Zanoni

 



 

 

 

 

 

Una vita di prigionia

gara canora

Vite che non conosceranno mai le distanze sconfinate del cielo, esistenze costrette in anguste prigioni. Non c’è spazio per spiegare le ali. Non c’è spazio per curare il piumaggio (istinto innato e fondamentale anche per l’isolamento termico). Le gabbie di dimensioni ridotte sono facili da trasportare e stoccare (molti cacciatori possiedono una batteria composta di diversi uccelli da richiamo..da qui l’esigenza di avere gabbie piccole e facilmente trasportabili).
I contenitori di acqua e cibo sono posizionati al loro interno (fa eccezione il caso delle “botticelle” o gabbie per quaglie). Questo crea spesso problemi igienici ad animali che, per loro natura, sono molto puliti.
Non ci sono nemmeno le stagioni. O meglio, ci sono solo stagioni forzate e programmate in funzione del calendario venatorio o di quello delle gare canore. Lunghi mesi di tenebra squarciati da poche ore di luce, incrementate gradualmente per ingannarli: devono entrare nella stagione degli amori non più in primavera bensì in funzione delle esigenze di allevatori e cacciatori. La chiusa rappresenta un trauma anche per i loro delicati occhi, portandone molti a diventare ciechi. Vi si aggiunga la muta artificiale: in estate sono loro strappate un po di penne, (la vera muta in natura avviene spontaneamente in primavera) per far credere che la stagione degli amori si stia approssimando.

Il gioco è fatto: hanno mutato artificialmente il piumaggio e rivisto la luce, per loro settembre è primavera, iniziano a cantare.
Che importa se il metabolismo ne esce sconvolto e se non distinguono più le stagioni, il giorno dalla notte.
Che importa se con il tempo i loro muscoli si atrofizzano, se la coda si spezza sbattendo contro la gabbia.
Servono perché cantano, sono inconsapevoli complici di un grande inganno, appesi in batteria a un albero e costretti ad attirare con il proprio canto i loro fratelli. Li vedranno cadere senza capire il perché; la mano che imbraccia un fucile nascosto nella feritoia del capanno è la stessa che alimenta la loro prigionia, fino all’ultimo dei loro giorni.

La vita media di un richiamo vivo è di 4-6 anni. Stiamo parlando di uccelli che, in natura, vivrebbero migrando, abituati a spazi immensi, lunghi spostamenti e ad un allenamento muscolare che, in una gabbia alta e larga poco più di una spanna (29,5x22x23cm) sono condannati fin dalla nascita a non poter compiere. L’istinto della fuga è cosa innata anche per gli uccelli di allevamento, e li porterà a provocarsi lesioni traumatiche agli arti e al becco.

Il richiamo vivo nato in allevamento non ha mai sperimentato la libertà. Ma non gli è certo, per questo, risparmiata una misera esistenza, scandita dall’alternarsi di stagioni artificiali e di giorni tutti uguali: un carcere a vita che avrà termine solo quando non riuscirà più a cantare. A quel punto non servirà più a nulla, sarà solo qualcosa di cui disfarsi.
Gli uccelli da richiamo la cui cattura è ancora consentita per legge sono, oggi più che mai e anche anche alla luce del Ddl n. 1962,  in numero di gran lunga inferiore rispetto alla “domanda”: questo squilibrio va indubbiamente a incrementare il fenomeno del bracconaggio. Un fiorente mercato nero vede, da sempre, la cattura e la compravendita illegale di uccelli; il corpo forestale dello stato ha compiuto, negli anni, regolari controlli che hanno portato all’individuazione di casi di cattura illegale (con trappole, reti ed altri mezzi non consentiti) perfino di specie protette e non cacciabili (magari dotate di anelli di identificazione falsi e sottoposte a trattamenti ormonali per alimentarne il canto anche fuori stagione).

Quella dei richiami vivi è una delle molte realtà che ruotano attorno alla Sagra dei osei e a tutte le fiere ornitologico venatorie; reclusione e privazione della libertà presentate sotto forma di tradizione e cultura.
Da recenti sondaggi risulta che la maggioranza degli italiani è contraria alla caccia. Nonostante questo, ancora troppe persone non collegano, forse per scarsa conoscenza, pratiche come quella che vi abbiamo appena descritto al mondo della caccia. Ma gli esponenti politici di primo piano che ogni anno permettono che sagre come questa abbiano luogo, prestandosi a consegnare la coppa al vincitore delle gare canore, non possono non sapere chi e cosa vanno a premiare: il canto degli uccelli “in scatola”, protagonisti di queste gare, è la copertina patinata sotto cui si cela la sopraffazione del più forte sul più debole.

“Se al punto dell’evoluzione che ha raggiunto, l’uomo contemporaneo non si rende conto che gli animali sono individui unici, dotati di sentimenti, intelligenza, relazioni sociali e familiari, e ritiene che si possano uccidere per semplice diletto, questo significa che egli non ha compreso, non è progredito: la sua è una sconfitta.”
Jane Goodall, primatologa britannica

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