La natura è un’altra cosa – di Massimo Vitturi

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La Sagra dei Osei di Sacile, come tutte le altre simili che in estate si insediano in numerosi piccoli centri del nord Italia, è solo uno degli anelli che compongono la catena di violenta sopraffazione esercitata dai cacciatori nei confronti degli animali.
Ma è da questo anello che può nascere l’opportunità per catalizzare lo sdegno dei tanti cittadini, non necessariamente amanti degli animali, che si dichiarano genericamente “amanti della natura”.
I cacciatori lo hanno capito da tempo, gli organizzatori delle sagre della reclusione ci sono arrivati da poco, ma anche loro hanno capito la potenza del messaggio “naturale” se associato ai loro sistemi di reclusione e soppressione degli animali.
Oggi la gran parte dei cittadini è alla costante ricerca della “natura”, della “naturalità”, di concetti che, per chi vive l’ambiente urbano, sono immediatamente associati al “buon vivere di una volta”, a cibi genuini, all’aria buona, insomma ad un generale e generico concetto di Salubrità.
I vertici delle associazioni venatorie, dicevamo, lo hanno capito da tempo ed hanno così inventato la figura del “cacciatore ambientalista”. Non più il cacciatore assetato di sangue e morte, non più il cacciatore che uccide per divertimento, ma colui che – per citare il concetto coniato da uno dei vertici suddetti – dispone degli animali selvatici come un giardiniere pota un roseto: toglie quel che è di troppo ed alla fine la pianta (la fauna selvatica) sarà ancora più rigogliosa e viva.
In estrema sintesi, i cacciatori fanno quello che fanno proprio per il beneficio di quelle persone in fuga dal grigiore delle città, tanto bisognose di fruire della natura rigogliosa.
Il cacciatore come garante degli equilibri ambientali, poco importa che sia tutto falso, il concetto che deve passare è questo. Lo dicono i sondaggi, lo rilanciano i dirigenti venatori.
Identica strada stanno percorrendo le sagre dei osei – Sacile in testa – che da tempo stanno forzosamente affiancando il concetto di natura ai maltrattamenti perpetrati grazie alla connivenza degli organizzatori.

La sfida per il mondo animalista ed ambientalista, sta proprio nello sconfiggere questa idea.
Non c’è nulla di naturale nel catturare un uccello e rinchiuderlo in una gabbia fino alla fine dei suoi giorni, come non c’è nulla di naturale nell’ammazzare a fucilate la mamma capriolo con i suoi piccoli ancora da svezzare.
Ma non basta mettere in risalto, sottolineare la crudeltà a volte palese a volte dissimulata, che si nasconde in ogni atto correlato alla caccia ed alla cattura degli uccelli. Il cittadino di cui sopra, mette in atto inconsci meccanismi di autodifesa, imita le tre scimmiette e da quel momento recepisce solamente i messaggi a lui più confacenti ed ecco che in quel preciso istante si materializza la figura virtuale del cacciatore ambientalista che gli parla di un roseto da potare, una figura retorica ben più accattivante delle argomentazioni animaliste che parlano di sangue, sofferenza e morte.
Ecco, ritengo che lo sforzo, da qui ai prossimi anni, dovrebbe concentrarsi proprio sulla ricerca di nuove strategie di comunicazione, di un nuovo approccio per tenere i cittadini – che non sono aguzzini, o almeno non sono consapevoli di esserlo – il più possibile alla larga dalle sagre della sofferenza.
E’ nostra precisa responsabilità riuscire a far capire che la natura è un’altra cosa.
Che l’uccello è un essere perfetto, che ha uno spazio ben definito nell’ambiente, a lui riservato quale insostituibile anello di una catena della quale anche noi umani facciamo parte.
Una volta rinchiuso in gabbia, la catena viene irrimediabilmente spezzata, non c’è più alcun vincolo alcun legame con la natura, l’uccello diventa un mero oggetto senza più alcun senso.
Il territorio nazionale ospita numerosi parchi, vere e proprie oasi verdi accessibili a tutti, sotto costante attacco dei cacciatori e dei loro politici di riferimento per aprirli alla caccia.
Zone verdi dove l’immersione nella natura è reale e non artefatta allo scopo di sottrarre denaro ai cittadini in fuga dai centri urbani.
Dobbiamo riuscire a spostare l’interesse dei cittadini dalle sagre/prigione, all’ambiente naturale. Anche questo potrà contribuire a sottrarre la gestione degli animali selvatici dalle mani dei loro stessi aguzzini calibro 12.


Massimo Vitturi
LAV – responsabile settore caccia e fauna selvatica

Massimo Vitturi è attivista dei diritti animali da più di 25 anni. Ha cominciato la sua esperienza nel movimento animalista liberando un uccello da richiamo sottratto ad un uccellatore friulano. Quell’atto, per quanto illegale, ha contribuito a formare la convinzione che l’impegno per il riconoscimento dei diritti degli animali, è una questione che attiene alla giustizia, non al sentimento. Da quel giorno è convinto che non è necessario amare gli animali per impegnarsi a favore del riconoscimento dei loro diritti, è sufficiente credere nella giustizia.

Dal 2007 è Responsabile Nazionale Area Animali Selvatici della LAV – Lega Anti Vivisezione.


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