La natura selettiva della tradizione – di Sabrina Tonutti

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Come antropologa, analizzare feste e iniziative rivolte al pubblico è il mio mestiere. Se penso alle manifestazioni che in futuro potrebbero diventare mio oggetto di studio, le sagre con animali, inclusa la “sagra dei osei”, sarebbero fra queste: le sagre degli uccelli, da analizzare da un punto di vista storico, perché chiuse, finalmente chiuse, in quanto deselezionate dal progredire del senso civico  e dal maturare di processi sociali e culturali iniziati già due secoli fa. Tuttavia, tale scenario è ancora lontano dalla realtà dei nostri giorni, in cui pare accettabile vedere animali chiusi in spazi angusti senza poter distendere le ali, allungare il collo, reggersi sulle zampe, tenuti per ore sotto il sole senza acqua, né cibo, né riposo, insomma senza quel minimo di requisiti che chiunque abbia un briciolo d’intelligenza riconosce come necessari.

E così, da ricercatrice, mi trovo nel presente a osservare tante fiere degli orrori – quelle di oggi come quelle dei secoli scorsi, la cui descrizione ci consegnano i libri di storia: penso, per citare un esempio, ai combattimenti-spettacolo fra animali (fra galli, fra orsi e cani, ecc.) contro il cui malcostume si invocarono e promulgarono leggi già nell’Inghilterra del XVIII secolo, fino alla completa abolizione degli infelici eventi.
Sì, perché se, da un lato, certi fenomeni sociali di maltrattamento persistono e vivono grazie a interessi personali e al favore di un certo spaccato sociale, esiste, dall’altro, anche il fenomeno della pubblica indignazione, sia individuale che collettiva, sia spontanea che strutturata; quell’indignazione che, per intenderci, va dal bambino che  fissando attonito l’animale nella gabbia dice “ma è triste”, fino a chi organizza campagne di informazione contro il maltrattamento di animali.
E’ questa mobilitazione, che agisce per cambiare situazioni sociali ormai anacronistiche, che alcuni studiosi hanno definita “anticorpo sociale”. Una indignazione e mobilitazione – di cui anche questo sito internet è frutto – che si attiva in situazioni di “patologica” immobilità del costume e del senso civico. Certo, i sostenitori delle sagre con animali non tarderanno ad appellarsi alla tradizione per veder preservate certe iniziative. Ma la invocheranno a torto.
La tradizione è un concetto troppo spesso abusato e citato a sproposito, alla stregua di un moderno feticcio cui tributare un culto di convenienza. Al contrario di quanto pretenderebbe tale prospettiva semplicistica, la tradizione è un processo selettivo, è per propria natura dinamica, si evolve negli anni, cambia con le generazioni, seleziona ciò che è da tenere e consegnare, seppur mutato, al futuro (“tradere”), e ciò che va eliminato. Lungi quindi dall’avallare staticamente ciò che era ieri e che “si è sempre fatto”, le tradizioni elaborano i contenuti culturali, conservandone alcuni, altri modificandoli, altri ancora eliminandoli. Se così non fosse, avremmo di che rammaricarci: avremmo ancora a che fare con spettacoli pubblici come esecuzioni capitali, punizioni corporali (eventi mondani, un tempo, al pari di spettacoli  a cadenza fissa), feste sadiche con strazio e uccisione di animali (ma ahimè ce n’è ancora oggi), e perfino l’esposizione in gabbie di “esemplari” di umani “esotici” (“i pellerossa”, “i negri”, ecc.) come avvenne al tempo delle Esposizioni Universali. Si badi bene, l’intento era didascalico e didattico, rispondeva all’esigenza di mostrare, far conoscere e, possibilmente, stupire. Se il principio enciclopedico è legittimo, non lo sono necessariamente le sue applicazioni. Anche qui, sono state l’indignazione, il senso civico, la riflessione etica, il riconoscimento della sofferenza altrui  e degli altrui diritti a determinare la definitiva consegna di tali realtà alla storia. Così, con questa dinamicità funziona un sano processo sociale e culturale (e morale).
Penso, e spero, che questo sarà in futuro il destino delle sagre con animali, anche se i tempi di tali cambiamenti sono spesso lunghi, se si pensa che due secoli sono passati dalle prime, pioniere battaglie contro i maltrattamenti sugli animali.
Voci di educatori, magistrati, religiosi, intellettuali e gente comune denunciarono allora le crudeltà, soprattutto quelle evitabili, contro gli animali.
Sono passati decenni, ma il valore di quegli appelli è quanto mai attuale. Sono invece le feste sadiche, e chi le sostiene, a vivere negli anni bui del passato.

 

Sabrina Tonutti – Fellow dell’Oxford Centre for Animal Ethics

 

Sabrina Tonutti, Dottore di ricerca in Antropologia culturale presso l’Università degli studi di Udine, si occupa della relazione uomo-animale (zooantropologia), antropologia dell’alimentazione e nuovi movimenti sociali.
Ha svolto ricerche etnografiche in Italia, Svizzera e Gran Bretagna. Fra le sue pubblicazioni:Diritti animali. Storia e antropologia di un movimento (Forum 2007); Acqua e antropologia (EMI 2007); Manuale di zooantropologia (Meltemi 2007, con R. Marchesini); Animali magici (De Vecchi 2000, con R. Marchesini); Umano, troppo umano. Riflessioni sull’opposizione natura/cultura in antropologia (curato assieme a A. Lutri e A. Acerbi, A. – SEID 2009).
È socio fondatore di A.R.E.A.S. (Associazione Ricerche Etno-Antropologiche e Sociali, Trieste 1996), membro dell’I.S.A.Z. (International Society for Anthrozoology), della S.I.U.A. (Scuola di Interazione Uomo Animale) e dell’EASA (European Association of Social Anthropology). Dal 2007 è Fellow dell’Oxford Centre for Animal Ethics (Rev. Professor Andrew Linzey).
E’ inoltre fra i curatori della Mostra archeo-antropologica dal titolo Zoomania. Animali, ibridi e mostri nelle culture umane (2007, Museo archeologico nazionale Santa Maria della Scala, Siena).

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