Riflessioni sulla “sagra degli osei” di Sacile – di Aldo Sottofattori

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PasseroAnche quest’anno prenderà il via una nuova edizione della “Sagra degli Osei” sacilese. Attenzione: la settecentotrentottesima! Passano i secoli, ma, come obiettò Rousseau, i progressi morali dell’umanità si registrano con fatica.
Anzi, per quanto riguarda questa manifestazione, nemmeno con fatica.
Proprio non si osserva alcun progresso.
La sagra procede inossidabile dal tempo in cui Marco Polo viaggiava in Cina o Dante scriveva la Commedia.
Gli organizzatori esibiscono la fiera con fierezza: una delle più antiche sagre italiane ed europee, una manifestazione che tuttora richiama grande partecipazione di pubblico e che si rinnova ogni anno sempre più vitale e vivace richiamando appassionati da tutta Europa. E nei pieghevoli di richiamo turistico, si insiste nel ricordare gli elementi storici e tutti i personaggi che hanno accompagnato questa nobile tradizione!

Si sa che oggi la parola “tradizione” gode di ottima considerazione. La tradizione certifica la distanza dall’anomia della modernità, riporta in luce gli “antichi valori” e quella socialità che rende più gradevole il vivere civile. Peccato che tutto questo riguardi quella specie di bipedi che si ritengono padroni assoluti del mondo e in diritto di trasformare gli altri abitanti di questo pianeta in semplici oggetti con semplice valore estetico e/o commerciale. Nient’altro. “Quel canarino è bello!”, “quell’altro canta che è una meraviglia!”.
Il pubblico che passa di gabbia in gabbia, pronto a provare incanto per quel motivo o per quell’altro, non pensa minimamente alla perversione insita nella clausura di un uccello dentro una gabbia e per tutta la vita.
L’uccello è una splendida creatura evolutasi in natura per solcare i cieli ed estremo emblema di libertà; non si merita questo. E qui non si tratta di un solo uccello – fatto che sarebbe già grave e inaccettabile –, ma di migliaia di esseri che, quando sono ben curati (non sempre accade, viste le segnalazioni degli animalisti), vivono una condizione che non rispetta e, anzi, stravolge la loro natura etologica.
Provate a chiedere a un visitatore se non senta della pena per quegli infelici reclusi: “Signori non riuscite a vedervi come ergastolani in una cella mentre altri, al di là dalle sbarre vi guardano per qualche vostra capacità virtuosa che vi è stata insegnata a forza? Non provate pena per tale condizione?
O se la vostra costituzione vi mette al riparo dai movimenti dell’anima, non avete almeno un forte e razionale sentimento di giustizia che vi impedisca di portare denaro ai promotori di questa schiavitù che si riperpetua senza fine?”.
La reazione sarà la stessa rilevabile ogni volta che si tenta di condurre a ragione le persone in fila davanti a una biglietteria di un circo, di uno zoo, di un acquario.
Provate. Difficilmente riceverete risposta. Semplicemente perché l’automa al quale vi sarete rivolti si troverà completamente spiazzato. Ho detto “automa”, sì. Non per disprezzo per l’interlocutore di turno, ma per la chiara considerazione della sua condizione nel contesto descritto. A stento si attiva il senso critico negli individui se, su una questione determinata (in questo caso, l’uso “oggettuale” dell’animale) vi è stato un lungo training di condizionamento da parte della società. Dunque il silenzio o qualche frammento sillabico imbarazzato e disorganizzato seguirà la vostra domanda.
In un numero minore di casi si farà uso di frasi stereotipate facenti parte degli ingredienti del cosiddetto senso comune. “Questi uccelli sono nati in gabbia, dunque non sanno cosa sia la libertà. Pertanto morirebbero se fossero lasciati liberi, perchè non saprebbero cavarsela, mentre così hanno cibo regolare e vita assicurata”. Sembra impossibile che possa essere esibita una risposta simile da un essere pensante, eppure questa linea di difesa, sempreché emerga dal silenzio imbarazzato, è tranquillamente adottata.
Non sfiora minimamente la mente del Nostro l’idea che la costrizione in regime di reclusione costituisca una condizione penosa solo lievemente migliore di quella impartita a un soggetto nato libero. E se è vero che il povero uccello possa sopravvivere solo in quella condizione, questo ancora non giustifica il fatto che qualcuno decida per lui e lo faccia nascere in cattività per incatenarlo finché la morte non lo liberi. Ma non crediate di poter ottenere soddisfazione in virtù di un argomentare tanto semplice quanto ovvio. Anni di condizionamento sociale effettuato dai soggetti interessati a quel duro asservimento – allevatori, cacciatori, autorità locali protese a ottenere l’attenzione dei turisti – renderanno difficile la prosecuzione del dialogo. Anche se vale sempre la pena di lanciare segnali, considerando che per la legge dei grandi numeri, qualcuno (solo qualcuno) potrà sentirsi illuminato, spostarsi dalla parte giusta e forse diventare un nuovo propagatore di semi di una civiltà del rispetto. Per il resto, il grande pubblico si incontrerà alla “sagra” per sentire ciò che tal Arnaldo Fraccaroli, all’inizio del secolo scorso chiamò “delirio di mille armonie sovrapposte, diseguali e fantastiche” dando notorietà nazionale a qualcosa (la sagra) che avrebbe meritato di scomparire per sempre. La brillante definizione dell’Arnaldo rappresenta un esempio emblematico di alcune tipicità dell’umano: eccezionale padronanza del linguaggio poetico e, nel contempo, assoluta incapacità di cogliere come il proprio piacere – quel piacere originato dalla meraviglia e dall’estetica – derivi spesso dalla profonda e inconsolabile sofferenza altrui.

Una lunga strada sta di fronte al movimento per i diritti degli animali per liberare da questa condizione penosa l’umanità la quale, riducendo l’altro a pura materia, contribuisce, di rimando, a consolidare la propria alienazione. Per ora siamo costretti a registrare l’effetto negativo sui bambini accompagnati da genitori inconsapevoli in luoghi di detenzione che apparentemente “sanno di festa”.
Scrive la psicologa Annamaria Manzoni in un documento sottoscritto da più di 600 psicologi e specialisti dell’età evolutiva:

I genitori che assistono con i figli alle sagre o li portano al circo o allo zoo, li esortano ad una curiosità interessata, mobilitano una forma di gradimento e di entusiasmo; in alcuni casi, come già ricordato, li rendono addirittura elementi attivi dello spettacolo, affidatari del compito di tormentare in prima persona l’animale. E loro, a seconda dell’età, tenderanno a fare una sovrapposizione tra lo spettacolo proposto e l’atmosfera di festa che respirano; impareranno che tutto ciò che vedono è lecito e divertente; si abitueranno a non vedere, a non capire, a non farsi carico della sofferenza degli animali, anche se questi mandano segnali di irrequietezza, sofferenza, terrore. Se le naturali emozioni di disagio, speculari a quelle provate dall’animale, si scontrano con l’allegra superficialità dell’adulto, sarà gioco forza per un bambino non dare loro diritto di cittadinanza e adeguarsi allo stato mentale che gli viene richiesto. Il risultato di tutto ciò è un’educazione all’insensibilità, a non riconoscere nell’altro essere vivente, animale umano o non umano, i segnali di dolore, a ritenere normali le manifestazioni di dominio del più forte sul più debole.1

È così che si riperpetua la maledizione dal 1274. È così che il medioevo giunge fino a noi. È (anche) così che il Male si propaga nel mondo.

Prima di concludere queste riflessioni vorrei raccontare una storia che, sollecitata da questa scrittura, mi è riaffiorata alla memoria dopo tanti anni.
Ero ancora bambino quando durante una vacanza estiva a Campo Ligure vidi che qualcosa si muoveva ai piedi di un muro. Un gatto stava sopraggiungendo veloce. Allontanai il felino e presi quel mostriciattolo tra le mani, felice d’averlo salvato. Era un cucciolo di uccello quasi completamente spiumato. Mi vennero date istruzioni su come allevarlo e quando tornai a Sampierdarena, miracolosamente, poco a poco, la mia pazienza e quella di mia madre furono premiate dal completo sviluppo di un passero forte, robusto e dal piumaggio sfavillante di color rosso-mattone. Non accettando di tenerlo sempre in gabbia incominciai a farlo svolazzare per l’appartamento sotto lo sguardo comprensivo di mia madre che era costretta a pulire le cacchette nei posti più diversi. Il sodalizio tra quel passero e me divenne stupendo.
Vivevamo ore insieme e quando studiavo l’avevo sempre addosso. È evidente che passasse anche delle ore in una gabbietta che appendevo alla persiana del terrazzo. Non passò molto tempo prima che potessi osservare l’inquietudine dell’animale quando vedeva altri suoi simili, allora piuttosto numerosi anche a Genova.
Dopo alcune di queste situazioni, preso da un’angoscia infinita, attesi di essere solo in casa (mi vergognavo della mia debolezza) e aprii la porticina della gabbia: Pinin (a Campo Ligure si chiamavano tutti così), finalmente libero, prese il volo. Il bambino esplose in un inconsolabile pianto. In un solo istante la perdita era stata infinita. Si dà il caso che nei giorni successivi un passero molto simile a Pinin si presentasse sul balcone, sui fili per stendere la biancheria. Potevo avvicinarmi un poco, ma qualcosa mi impediva di protendere il braccio a mo’ di invito. Incominciai a dare regolarmente briciole e poco a poco tutta la comunità di passeri “del Fossato” frequentava sia il balcone che il tetto del condominio che potevo controllare dall’alto. Questa storia andò avanti a lungo finché persi completamente la capacità di distinguere Pinin dagli altri uccelli.

Lentamente l’angoscia della perdita si estinse e può darsi che la mia attuale convinzione che i vari mondi – quello degli umani e quelli degli altri esseri – debbano compenetrarsi liberamente e rispettarsi, sia stato molto influenzato da quella durissima, ma formativa esperienza.

 

Aldo Sottofattori

 

Aldo Sottofattori, Attivista per i diritti degli animali. Nel 1998, durante una vacanza in Sardegna, scopre il triste fenomeno del randagismo. Tale scoperta assume la forza di una “rivelazione” che si estende rapidamente a tutta la sofferenza animale. Contribuisce a realizzare nel 2002 il sito web Rinascita animalista e, nel 2004, Liberazioni. In seguito partecipa, come redattore, alla trasformazione di Liberazioni che diventa un apprezzato trimestrale di studi critici sulla questione animale.

1 Annamaria Manzoni, Le ragioni e le emozioni del rispetto per gli animali: nelle sagre, nei circhi, negli zoo 

 

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