Testimonianza di una guardiacaccia: L’ultimo volo – di Cristina Rovelli

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Era arrivato il mio turno, era la prima volta che mi davano quell’incarico, il 12 ottobre: cercavo di non pensarci ma sapevo che, prima o poi, sarebbe toccato anche a me quel compito ingrato, quell’assurdità, speravo di ammalarmi per avere la scusa di non andare in quel posto orribile, cercavo di inventarmi un pretesto per evitare di ubbidire a quell’ordine dato dal capoguardie… e invece, eccomi in viaggio verso il roccolo, quel luogo di morte, di prigionia, di maltrattamento puro, di completa mancanza di rispetto per la vita altrui.

Viaggiavo a 30 km/h per ritardare il mio arrivo al roccolo di cattura, nessuno osava suonarmi dietro, perchè le targhe della polizia provinciale, stampate sulla macchina di servizio, erano sufficienti a spegnere i bollori di chiunque avesse fretta… guidavo avvicinandomi sempre di più, un’angoscia opprimente nel cuore, ma cosa stavo facendo… “ubbidire agli ordini, questo è il primo dovere di ogni agente di polizia” … che schifo e mi pagavano pure per distruggere la vita di quei poveri, piccoli esseri viventi che nulla avevano fatto…

Ero arrivata al roccolo: avevo posteggiato e camminavo con il cuore sempre più pesante, mi sembrava che le mie gambe non volessero rispondere, due visi sorridenti mi fecero un cenno di saluto, ancora pochi metri, una stretta di mano… È arrivata in ritardo, pensavamo non arrivasse più… oggi ne abbiamo catturati sei, un’allodola, due merli, un tordo sassello, due tordi bottacci… venga, venga, sono già pronti da portar via!

Avevo seguito i due uomini, fieri del loro operato, stipendiati dall’ente provinciale per la loro collaborazione nella cattura degli uccelli, avevano un’aria soddisfatta ma lamentavano che era andata meglio nei giorni scorsi, soprattutto negli anni scorsi, quando se ne catturavano di più, solo il mese scorso erano finiti in trappola settanta uccelli, ma negli altri roccoli ne avevano catturati qualche centinaio… infine ero arrivata nel luogo di stabulazione, eccoli, tutti in fila come soldatini, nelle loro gabbiette di 28-30 cm , sentivo i commenti dei due cacciatori perfettamente calati nel ruolo di roccolatori, parlavano di quanto pesava un merlo e di quanto era magro un tordo, li avevano attirati nella rete, imbrogliando quelle piccole creature con delle banali bacche di sorbo; affamati come erano, non avevano resistito a quel profumo, a quel colore rosso, così invitante, così rassicurante ed erano finiti nella rete, a testa in giù, incapaci di muoversi, più si agitavano e più si legavano a quei fili sottili che si attorcigliavano intorno alle ali, alle zampe. Avevano pensato che forse era arrivata la fine del loro lungo viaggio di uccelli migratori ma il peggio doveva ancora arrivare… delle grosse mani li avevano liberati, ma subito si erano ritrovati in un luogo buio e stretto, un sacchetto di panno pesante, poi erano stati pesati e costretti a portare una fascetta di plastica a una delle zampe, quindi erano stati messi nella loro prigione definitiva: la gabbia.

Li guardavo ammutolita: c’era chi si agitava nella gabbia, sbattendo continuamente le ali contro le sbarre e c’era chi, invece, se ne stava in un angolo, muto, immobile, come rassegnato, mi sembrava di leggere il terrore nei loro occhi e continuavo a chiedermi perchè?! Ora toccava a me continuare quella barbarie, il mio compito di guardia era quello di caricare in macchina tutte le gabbiette e portarle al centro di smistamento, dove centinaia di cacciatori aspettavano di portarsi a casa, gratuitamente, il loro bottino, ci sarebbe stata una vera e propria distribuzione; i centri di smistamento erano luoghi pazzeschi, se non li avessi visti di persona, non avrei mai creduto che degli uomini, grandi e grossi, litigassero per portarsi a casa un merlo o un’allodola; vi erano sempre urla e spintoni, ognuno lamentava il proprio diritto ad avere un uccello in più e c’era chi, dipendente dell’ente provinciale, faceva da moderatore, cercando di calmare gli animi.

Il mio ingrato lavoro era iniziato, ora viaggiavo a 20 km/h, sempre più piano, sempre più oppressa, mi rendevo conto che stavo partecipando a rubare “la libertà” a degli esseri viventi, innocenti, ignari di quanto stava accandendo, solo impauriti e sorpresi di essere caduti in trappola.

Mentre la macchina viaggiava a rilento, guardavo la strada e pensavo a quei cacciatori che litigavano per trasformare degli uccelli, nati liberi, in uccelli da richiamo, pensavo che quelle creature che mi stavo portando dietro, non avrebbero più danzato con le correnti d’aria del cielo, non avrebbero più visto il dolce cambiamento delle stagioni, non si sarebbero più innamorati e io… proprio io, stavo collaborando a portarli in quel lager! Avrebbero passato tutta la loro vita chiusi in locali bui e maleodoranti, rinchiusi in gabbie tanto piccole da riuscire a malapena ad aprire le ali, avrebbero subito tanto freddo, durante l’autunno e l’inverno, quando il loro padrone li avrebbe portati a caccia, per farli cantare e attirare i loro simili… e a giugno li avrebbero chiusi in locali ancora più bui e soltanto a settembre li avrebbero riportati alla luce, per farli cantare contro natura, per farli partecipare ad uccidere i loro simili! Li sentivo muoversi, sbattere… Tutto ciò era per me troppo intollerabile, due lacrime mi avevano rigato il volto, avevo svoltato lasciando la strada principale, come se stessi ubbidendo a qualcuno che era al di sopra della mia volontà, mi ero fermata ai margini di un bosco, avevo tirato fuori le gabbie dal bagagliaio e le avevo disposte sul cofano della macchina, quasi volessi far guardare il bosco a quelle povere, disperate creature. Era come se volessi regalargli ancora una volta l’idea della libertà, di quel luogo così bello, così aperto, così ricco di stimoli…

Mi ero seduta sul fazzoletto di prato che lambiva il bosco, appoggiata alla macchina sentivo la brezza fresca che annunciava l’arrivo dell’inverno, ascoltavo quelle creature che si agitavano nelle gabbie, quasi volessero farmi capire che il loro viaggio doveva continuare, stava per

arrivare il freddo e loro erano già in ritardo, l’Africa li aspettava… così mi ero alzata per guardarli più da vicino, il mio sguardo nei loro occhi, profondi e supplichevoli… poi i miei occhi si erano posati sui gancetti che chiudevano le porticine delle gabbie… “forse se vi agitaste un po’ di più… in fondo è un gancetto così sottile, anzi sembra anche un po’ difettato, nel viaggio può essersi mosso, tra uno scossone e l’altro, una svista può accadere a chiunque, può non essere stato chiuso bene… se mi muoveste un po’ di più…”.

Mi ero girata per non essere complice di quella fuga ma mi ero voltata in tempo per assaporare il gusto coinvolgente della “libertà”! Uno per uno erano volati verso quel bosco, il loro rifugio, guardavo le gabbiette vuote e mi sentivo il cuore leggero. Erano scomparsi come in un lampo ma mi era rimasta la loro visione di uccelli liberi.

Ora veniva il bello : al centro di distribuzione mi stavano aspettando impazienti, nervosi e avidi di accapparrarsi la vita degli altri. Stavo viaggiando a 70/h, volevo togliermi il pensiero il prima possibile, mentre guidavo ripetevo a me stessa il racconto dell’inconveniente che c’era stato con le gabbie, in fondo non era così strano, sono gabbiette vecchie, si sono logorate in tanti anni e quei gancetti poi, troppo piccoli e sottili…

Ok, ero pronta ad affrontare le belve.

Ero arrivata al centro di smistamento verso le tre del pomeriggio, una folla di uomini mi attendeva, quando mi videro lanciarono esclamazioni di soddisfazione ma ammutolirono nel vedermi andare verso il funzionario dell’ente provinciale : tutti si aspettavano di vedermi aprire il bagagliaio ma la sorpresa di osservarmi camminare, con le gabbie vuote, fu tale che il silenzio dominò per qualche minuto… mentre mi avvicinavo al banco di distribuzione, in attesa della reazione, mi sentivo rassicurata di indossare la divisa, in qualche modo mi avrebbe protetto dall’ira di quegli energumeni.

Guardavo l’espressione esterrefatta del funzionario, stentava a credere a un simile incidente, io cercavo di assumere l’aria più innocente e dispiaciuta possibile, alle mie spalle sentivo le voci dubbiose, interrogative… poi si era scatenato il putiferio, urlavano tutti, si spingevano, mi parlavano ma non capivo nulla in quel caos, mi aspettavo un cazzotto tra uno spintone e l’altro ma, essendo donna e portando una divisa ero riuscita a raggiungere l’uscita incolume, forse mi maledirono, forse dissero qualcosa di poco carino verso il sesso femminile, ma arrivai alla macchina sana e salva.

Stavo tornando a casa, il mio lavoro era finito per quel giorno, forse mi avrebbero rovesciato addosso un bel procedimento disciplinare per mancanza di attenzione verso i “beni patrimoniali”dell’ente provinciale, forse mi avrebbero richiesto il risarcimento dei danni… non sapevo cosa mi sarebbe successo nei giorni futuri, né mi importava: mi sentivo bene, forse ero una pessima guardia ma ciò che sentivo dentro mi ripagava di ogni cosa. Avrei avuto la forza di affrontare tutto, pensando a quel bosco che li aveva accolti come una mamma. Sorridevo pensando a quell’artigiano che aveva costruito delle gabbie così poco sicure e mi chiesi che diritto ha l’essere umano di rubare la vita di un altro essere vivente.

Quella notte sognai quei sei uccelli mentre volavano verso l’Africa, liberi.

Quel mio primo incarico di trasportare gli uccelli da richiamo fu anche l’unico, il capoguardie non mi diede più l’ordine di recarmi al roccolo di cattura. Chissà come mai? Fu una vera e propria discriminazione, una delle tante che subivo, ma quella l’avevo accettata senza battere ciglio.

 

Cristina Rovelli

 

foto di Cristina Rovelli, dal libro La mia vita con Bambi – edito da Cosmopolis di Torino






Cristina Rovelli, più volte balzata agli onori della cronaca italiana ed estera per la singolarità del suo lavoro, ma soprattutto per il modo in cui lo svolge, è nota per le sue battaglie in difesa degli animali e dell’ambiente selvatico.
Svolgeva un lavoro che era considerato prettamente maschile ma, incurante di ciò, ha rotto gli schemi diventando la prima donna guardiacaccia italiana.
Durante il suo lavoro, nella lotta contro il bracconaggio, le è capitato, più volte, di dare “fastidio” a personaggi in vista, ricchi e potenti; nel corso degli anni subisce tentativi di intimidazione: le viene bruciata la macchina, numerose volte le tagliano le gomme dell’auto, le arrivano lettere e telefonate minatorie, minacce di morte fino a ricevere pressioni e intimidazioni perfino dallo stesso ente per cui lavora, organo politico assai sensibile alle pressioni esterne. Sulla stampa locale vengono pubblicate richieste di “eliminare” quella guardia troppo efficiente, a firma di esponenti del mondo venatorio e politico.
Nel 1999 Cristina sente l’esigenza di condividere con il pubblico, tutto ciò che lei, ogni giorno, impara dalla natura, dai fiori, dagli alberi, dalle rocce, e fonda Shangri Là, un’associazione onlus culturale-turistica che organizza iniziative nella natura per adulti e bambini/ragazzi di ogni età. Nel 2005 pubblica il suo primo libro La mia vita con bambi edito da Cosmopolis; nel 2009 pubblica altri due libri Siamo andate dove il tempo si è fermato edizioni Sonda e Sui sentieri di Shangri Là edizioni Ennepilibri. Oggi Cristina svolge l’attività di guida ambientale nonché quella di giornalista. Nel maggio 2011 ha pubblicato il suo ultimo libro, intitolato Il sapere e il sapore delle piante selvatiche edito da youcanprint.it. Ha appena terminato di scrivere un nuovo libro dal titolo Il grande cuore di Kim, ancora in attesa di pubblicazione.

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