Testimonianza di un’animalista alla sagra dei osei a Sacile – di Elisabetta Angelin

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 ElisabettaAbito in Veneto ma ho vissuto a Pordenone per vent’anni e ho frequentato l’istituto magistrale di Sacile per cinque… Ricordo con nostalgia questo paese, il suo bellissimo centro storico, così curato e particolare, il poco traffico di quegli anni e la strada dalla scuola alla ferrovia, attraversandolo tutto in pochi minuti a piedi.
Già da allora, e la mia età nel frattempo è raddoppiata, ero nell’anima un’animalista; non ancora così coerente da essere vegetariana (anzi, tutt’altro) ma già contro le pellicce, la vivisezione, i circhi e gli animali in gabbia, di qualsiasi specie fossero.

Ricordo con un misto di vergogna ed orgoglio quando mia madre liberò un uccellino che tenevamo a casa nella sua piccola voliera; non so perchè l’avessimo acquistato, i miei genitori adesso non comprerebbero mai animali, eppure era in terrazza. Ero piccola ma non così piccola da non capire che quando mia madre aprì la porticina esclamando: “Vai, libero” significava che non avremmo mai più avuto uccelli in gabbia e mai più ci saremmo permessi di sottrarre loro la cosa più preziosa che gli è stata donata: la possibilità di volare e di esprimersi nell’azzurro del cielo con tutte le loro forze. Molto probabilmente quell’uccellino sarà morto di stenti poco dopo per l’incapacità di provvedere a se stesso ma ho sempre pensato “Meglio morire liberi che vivere in gabbia”.

Proprio per questo motivo, per aver imparato, tramite un errore e un maldestro tentativo di riparare allo stesso, che gli animali vanno lasciati nascere, crescere e riprodursi nel proprio ambiente naturale, non ho mai visitato la Sagra dei Osei di Sacile durante gli anni della scuola e nemmeno dopo. Mi ha sempre fatto impressione ed angoscia immaginarmi un paese bardato a festa con milioni di reclusi infelici, tutti nella loro gabbia, alcuni soli, altri stipati con i loro simili, sotto il sole caldo di agosto, con chissà quale cibo e quale acqua a disposizione, guardati da vicino da occhi indiscreti a cui non potersi sottrarre e toccati con mano da estranei che valutano se acquistare o no questo o quel esemplare.

L’anno scorso, però, ho deciso di prendere parte alla manifestazione organizzata da diversi attivisti animalisti di Udine e Pordenone proprio a Sacile contro la Sagra dei Osei.
Mi faceva piacere fare un tuffo nel passato ma sapevo che non sarebbe stato semplice e spensierato. Credevo di essere preparata al peggio…ma non è stato così. Quello che ho visto e ho sentito è stato molto di più di quanto potessi credere. Un intero paese, da nord a sud, da est ad ovest, completamente tappezzato di gabbie. Migliaia di piccole prigioni, migliaia e migliaia di esseri infelici, che cantano nonostante tutto perchè la loro natura è questa, con ali tarpate che possono al massimo esprimersi in 30 cm di spazio, se va bene, se glielo concedono. Sole battente, nessun riparo naturale, nessuna considerazione delle esigente etologiche di questi meravigliosi animali. Mi chiedo cosa ci spinga a fargli tanto del male, a imprigionarli, proprio loro, padroni spesso dei tre elementi, aria, terra ed acqua, così abili a padroneggiare lo spazio e a vivere a stretto contatto con l’idea massima di libertà che vorremmo tutti possedere. Forse perchè da sempre gli invidiamo proprio questo ci permettiamo di catturarli e di farne esemplari da richiamo nella pratica della caccia, li asserviamo alla nostra indole violenta e malvagia che si maschera da altro, anche da “protezionismo”. Ho visto animali maltrattati ma non nel senso comune del termine; maltrattati dall’indifferenza dei passanti che frequentano la sagra come turisti in giornata, non curanti della mancanza di una qualsiasi etica in questa manifestazione che definire festa è un insulto al concetto stesso di evento pieno di gioia ed allegria. Dov’è la gioia alla Sagra dei Osei? E’ gioia improgionare per tutta la vita animali destinati ad altro, ad una vita ben diversa?

Ho ancora nelle orecchie il frastuono di quelle poche ore passate in mezzo a quella massa di infelici, gli uccellini, e all’altra massa di indifferenti, i passanti. Non vedevo l’ora di fuggire. Sono rimasta per manifestare il mio sdegno, la vergogna di essere anch’io un essere umano che è capace di fare tanto del male. Sono rimasta per amore della libertà che ho vista negata ovunque mi girassi. Non ho avuto il coraggio di guardare nemmeno uno di quegli animali dritto negli occhi; per non affezionarmici, per non sentire il mio cuore che si spezzava.
E mi sono chiesta cosa abbia spinto tanti visitatori lì dove io non avrei mai voluto mettere piede quel giorno.


Elisabetta Angelin


attivista per i diritti animali del gruppo Veganzi di Mestre

 

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